Apr 18 2007

Nine Inch Nails @ Alcatraz, MI (1 aprile 2007)

Published by mrcury at 5:52 pm under Arte e intrattenimento, Musica, Recensioni

I fan dei Nine Inch Nails sono molto devoti alla causa. Estremamente devoti. Poi magari sono solo io, che da mesi non ascolto quasi altro, non parlo quasi di altro e di conseguenza non vedo altro. Ma il fatto è che dopo With Teeth, dopo le presenze nei maggiori festival europei meno che in Italia (guarda un po’), dopo sette anni dall’unica data italiana del Fragile Tour, dopo l’entrata di un tastierista italiano nella formazione (dopo l’avvento di Josh Freese alla batteria, cari signori), dopo l’indicibile smacco per i pochi temerari che sono andati al Greenfield Festival in Svizzera a vedere il signor Reznor che annulla il concerto per maltempo, dopo un DVD live già disponibile in alta definizione (ma quanto avanti sono?!), dopo l’annuncio di un nuovo disco fighissimo in arrivo per metà aprile, dopo una massiccia invasione in rete con siti di supporto al concept di questo nuovo disco fighissimo che praticamente tutti hanno già scaricato da due settimane e/o stanno ordinando da Amazon, insomma dopo tutto questo casino un concerto così ci voleva. Neanche fosse di nuovo il 1994, siamo in un nuovo rinascimento.

La gran parte del pubblico che domenica 1 aprile era all’Alcatraz di Milano indossava una maglietta nera con il logo del gruppo. E già questa è orgogliosa devozione. Gli altri erano fondamentalmente vestiti di nero o con outfit da scoppiati o filologicamente industrial. Se devo immaginare cosa si vedesse dal palco, suppongo un grumo di sudati giovanotti come scarafaggi aggrovigliati che si dimenano sotto i 269 BPM di March Of The Pigs. La devozione si misura anche dal fatto che le spille al banco del merchandising sono finite subito.

Il tipico fan ha reagito con trasporto all’ora e mezza di scaletta, buttandosi a testa bassa e gomiti in alto sui vicini appena è partito il tu-pa-tu-pa-tu-pa-tu-pa-tu-pa-tu-pa-tu-tu-pa di Mr. Selfdestruct ma restando in religioso silenzio durante Hurt. Qui qualche cretina ha osato urlare Trènt uì lòv iù! un paio di volte (sacrilegio!) mentre il nostro passava dal ritornello alla seconda strofa, ma è stata prontamente zittita da un più ortodosso devoto. Credo con relativo imbarazzo dell’officiante.

Sinceramente mi aspettavo un Trent molto più stronzo e misantropo. Invece ha ammortizzato una bottigliata da una fan con un “Hey, we’re all friends here”. Notevole. Sarà che da quando è sobrio ha una visione meno nera della vita. E ammetto che non mi dispiace affatto. Ma tornando al concerto: la band è perfettamente all’altezza di tutto ciò che possa mai avvenire su un palco.

Di Josh Freese non parlo perché direi solo banalità. Di Jeordie White posso dire che è precisissimo e fa una botta paurosa, di Alessandro Cortini butto lì che è italiano e suona con Trent Reznor, di Aaron North posso confessare una personale intolleranza per la gestualità che usa sul palco (disegna degli 8 in aria con la chitarra!) ma gli si abbuona tutto perché suona con Trent Reznor. Trent Reznor invece sembra avere buone capacità vocali, e ammetto che non me l’aspettavo. Adoro come gratta sotto nelle tonalità più basse. Potrei, se proprio devo, contestare gli abbellimenti che fa ultimamente. E vabbè.

Forse grazie al nuovo chitarrista il sound complessivo pare più rockettaro e happy-go, ma dall’altro lato ci sono anche campionamenti più scuri e basi percussive molto distorte che fanno sempre bene.

La nuova formazione ci sta a pennello insomma, sia con il nuovo materiale che con quello vecchio. In buona sostanza la scaletta della serata potrebbe essere riassunta come un onesto greatest hits della carriera del gruppo, dal primo singolo a due pezzi del nuovo Year Zero. I nuovi pezzi rendono molto bene dal vivo, un po’ come The Hand That Feeds che subito non mi aveva convinto. Tuttavia si sente che avrebbero bisogno di un set più omogeneo e ad ampio respiro, che li collochi meglio nel contesto per cui sono stati pensati. I pezzi vecchi hanno tutta la gloria del passato e qualcosa in più: gli arrangiamenti mi sono sembrati più scarni rispetto a quello che avevo sentito del Fragile Tour, ma ben diretti ed efficaci. Molti pezzi sono stati in parte rivisti e adattati per i nuovi componenti: Cortini per esempio metteva ovunque il riff di The Only Time (ok, in Closer si sapeva. E poi in Down In It, dai). Grazie, Alessa’!

Una serata piacevolissima, corsa troppo in fretta per molti avidi fan, divisa tra feedback, rumori e basi danzerecce. Un gruppo che vale la pena di vedere e rivedere, più e più volte, con scalette di due, tre, sei ore. O forse sono solo io.

One Response to “Nine Inch Nails @ Alcatraz, MI (1 aprile 2007)”

  1. albeon 11 May 2007 at 7:01 pm

    Ho fatto il grande passo, mi sono iscritto al tuo blog! Mitico eh?! Ora si può dire che sono un tuo fan!

Trackback URI | Comments RSS

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.